lunedì 19 dicembre 2011

Problemi di privacy per il "Mi piace" di Facebook


La pratica di Facebook di mostrare agli utenti che ai loro amici "piace" un certo prodotto potrebbe violare la legge californiana che fornisce, sia alle celebrità che ai comuni cittadini, il diritto di controllare in che modo nomi e immagini vengono utilizzati per fini commerciali.

Un giudice federale di San Jose ha respinto la richiesta di Facebook di archiviare una causa in cui il social network è accusato di violazione del diritto della pubblicità e di pratiche commerciali sleali.

La questione riguarda le inserzioni in Sponsorizzate, che appaiono nella colonna a destra su molte pagine di Facebook, mostrando agli utenti che a specifici amici piace una certa azienda o un prodotto.
Queste promozioni sono state introdotte nel gennaio di quest'anno e sono state un successo per gli inserzionisti, secondo i dirigenti di Facebook.

Il giudice distrettuale Lucy Koh, nella sentenza di 38 pagine depositata venerdì, ha scritto che, mentre in passato la tutela della privacy su internet era naufragata per l'incapacità dei consumatori di quantificare il risarcimento, gli attori in questo caso hanno presentato una richiesta fondata sul diritto alle entrate pubblicitarie guadagnate dalle società attraverso l'uso inconsapevole dei loro "like".

Le rivendicazioni degli utenti si fondano sull'essere membri di Facebook da prima dell'introduzione in gennaio di Sponsorizzate e, quindi, di non aver mai acconsentito all'uso del proprio nome; che è comunque impossibile optare per una non accettazione, nonostante le promesse di Facebook di dare la possibilità di controllo agli utenti; che in molti casi il "mi piace" è stato cliccato, sulla pagina di uno sponsor di Facebook o via Facebook, soltanto per ottenere un sconto o vedere il contenuto della pagina.

Purtroppo anche in Italia gli utenti di Facebook non si rendono conto nè di quanto spesso i loro nomi vengano utilizzati per promuovere prodotti nè di quali stanno promuovendo, non essendo loro richiesta neppure l'approvazione.

Fonte: Financial Times


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